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La boccia decisiva scomparve alle 11:59.
Non fu vista cadere.
Non fu vista rotolare.
Non fu vista essere presa.
Semplicemente, non c’era più.
Un attimo prima era sul campo.
Un attimo dopo era altrove.
Dove fosse “altrove”, nessuno lo sapeva.
Donato guardò il campo.
Poi il tabellone.
Poi il suo bicchiere.
«Non si può continuare.»
«Perché?» domandò un giocatore.
«Manca la boccia.»
«Ne troviamo un’altra.»
Donato scosse la testa.
«Non sarebbe quella.»
Gino Balocchi scrisse tutto.
Riccardo osservò il tabellone.
«Quanto siamo?»
Donato rispose:
«Ventisette a ventisette.»
Riccardo aggrottò la fronte.
«Ma non eravamo ventisei a ventisei?»
«Sì.»
«E allora perché ventisette a ventisette?»
Donato sorrise.
«Perché qualcosa mi dice che è così.»
Riccardo si avvicinò al tabellone.
C’era una cosa strana.
Il punteggio di Donato, per una volta, era esatto.
E questa era la cosa più inquietante di tutte.
Il capo della CIA ricevette dodici telefonate in meno di dieci minuti.
Nessuna arrivò a buon fine.
Il telefono del dopolavoro sembrava avere sviluppato una propria politica estera.
«Washington mi sta cercando», disse il capo della CIA.
Donato sollevò la cornetta.
«Pronto?»
Ascoltò.
Poi disse:
«No, qui non c’è nessuno.»
Il capo della CIA lo guardò.
«Sono qui.»
Donato coprì il microfono.
«Appunto.»
In quel momento Riccardo prese il taccuino.
«Fermi tutti.»
Tutti si voltarono.
«La boccia è solo la parte visibile.»
«Di cosa?» domandò Gino.
«Del problema.»
«Quale problema?»
Riccardo indicò il quaderno dei punteggi.
Tra due numeri c’era una scritta a matita.
Gino si avvicinò.
La lesse ad alta voce:
La partita finirà quando qualcuno ricorderà perché è cominciata.
Per qualche secondo nessuno parlò.
Poi arrivò una telefonata dal Comune.
Gino rispose.
«Sì?»
Ascoltò.
«Sì, è qui.»
Pausa.
«No, il sindaco non c’è.»
Pausa.
«È a Roma.»
Pausa.
«A una riunione importante.»
Pausa.
«Non sappiamo quale.»
Chiuse.
Donato annuì.
«Quindi sta governando.»
Riccardo decise di indagare.
Il capo della CIA volle collaborare.
«Possiamo usare un satellite.»
«No», disse Riccardo.
«Un drone?»
«Peggio.»
«Perché?»
«Spaventa le pecore.»
«Un elicottero?»
«Fa arrabbiare Donato.»
Donato annuì.
«Molto.»
Cominciarono le ricerche.
Controllarono il dopolavoro.
L’osteria.
Il campo.
Il sentiero.
Il torrente.
Perfino il magazzino.
Poi Gino trovò qualcosa.
«Impronte.»
Riccardo si chinò.
Erano impronte eleganti.
Scarpe costose.
Lucide.
Riccardo le confrontò con quelle dell’uomo della CIA.
Erano identiche.
Il capo della CIA guardò le proprie scarpe.
«Io non ho rubato nessuna boccia.»
«Non ho detto che l’ha fatto lei.»
«Ma quelle sono le mie impronte.»
«Appunto.»
Seguendo le tracce arrivarono fino a una vecchia baracca.
Dentro c’erano una sedia, un tavolo, una bottiglia vuota e la boccia scomparsa.
Sul tavolo c’era un foglio.
Riccardo lo prese.
C’era scritto:
La boccia non è stata rubata. È stata tolta dalla partita.
Donato arrivò poco dopo.
Guardò la boccia.
Poi il foglio.
Poi la montagna.
«Qualcuno voleva fermare la partita.»
«Perché?» domandò Gino.
Donato si strinse nelle spalle.
«Per ricordarci che non tutto deve avere un vincitore.»
In quel momento cominciò a nevicare.
Era settembre.
Nessuno fece caso alla cosa.
A San Pellegrino, dopo una certa ora, anche la neve aveva perso il diritto di stupire.
Il capo della CIA riuscì finalmente a parlare con Washington.
Rimase in silenzio per qualche secondo.
Poi disse:
«Ho imparato una cosa.»
«Quale?» domandò Riccardo.
L’uomo guardò il paese.
«Mai sottovalutare un villaggio.»
La partita riprese.
Donato sistemò il punteggio.
Ventisette a ventisette.
«Ma così non finirà mai», protestò qualcuno.
Donato annuì.
«Infatti.»
La macchina nera ripartì nel pomeriggio.
Prima di salire, il capo della CIA si voltò verso Riccardo.
«Quanto le devo?»
Riccardo guardò Donato.
Donato guardò Riccardo.
«Agli americani il doppio.»
Poi ci ripensò.
«No.»
«Perché?»
«Oggi no.»
«Perché?»
Donato guardò la boccia.
«Oggi avete già pagato abbastanza.»
Gino Balocchi, quella sera, scrisse sul suo quaderno:
Quel giorno la CIA venne a San Pellegrino per errore. Scoprì che il vero errore era credere che ogni cosa avesse bisogno di essere capita.
Molto lontano, in America, un computer analizzò tutti i dati della giornata.
Sul monitor apparve una scritta:
Destinazione corretta. San Pellegrino in Alpe.
Donato, quando lo seppe, sorrise.
«Troppo tardi.»
E il paese tornò a dormire.
Fino al prossimo errore.